SPIRITUALITA’

Questa pagina conterrà presto stimoli utili al cammino di Spiritualità.

Signore, insegnami la Route: l’attenzione alle piccole cose,
al passo di chi cammina con me per non fare più lungo il mio;
alla parola ascoltata perché non sia un dono che cade nel vuoto;
agli occhi di chi mi sta vicino per indovinare la gioia e dividerla;
per indovinare la tristezza e avvicinarmi in punta di piedi;
per cercare insieme la nuova gioia.

Signore, insegnami la Route: la strada su cui si cammina insieme,
insieme nella semplicità di essere quello che si è;
insieme nella gioia di avere ricevuto tutto da Te;
insieme nel Tuo amore.

Signore, insegnami la Route
Tu, che sei La Strada e la gioia.
Amen.

STIMOLI LANCIATI CON LA PRIMA SFIDA.

LETTERA ALLE MIE FIGLIE

dal Blog di Luca Parmitano – astronauta

Il mondo è incredibilmente bello. Forse l’avevo dimenticato, ma l’ho visto da lontano, e adesso ne ho le prove. Ma anche da vicino può essere meraviglioso, se guardato con gli occhi giusti: occhi come quelli vostri, che osservano con il dono della curiosità, illuminata dalla luce della meraviglia. Occhi che credono ancora all’incanto, e non se vergognano – che comprendono senza bisogno di spiegazioni.
È l’unico mondo che abbiamo, e contiene qualcosa di estremamente prezioso: il futuro. Ogni futuro è grande come il mondo intero. Il futuro, così come il mondo, non vi appartiene, ma è nelle vostre mani. È unico, ma non è mai uguale. Sembra infinito, ma è solo infinitamente fragile. Vorrei potervi indicare la strada che porta al vostro futuro, ma non è questo il compito di un padre. Quello che invece vorrei darvi è la mappa che contiene tutte le strade, affinché voi possiate scegliere il percorso.
Siete ancora piccole per capirlo, ma voi bimbi siete molto più ricchi di noi adulti. Avete a disposizione un capitale che anche il più ricco degli uomini vi invidia: il tempo. Avete da poco iniziato a frequentare la scuola, e senza saperlo avete iniziato a investire questo vostro tesoro, per farlo crescere, trasformandolo in conoscenza, in esperienza, in ricordi. Questo è il solo bagaglio che potrete portare con voi, mentre viaggerete seguendo quella mappa che vorrei potervi dare.
Presto incontrerete i primi problemi, le prime sfide: a ogni bivio in quella mappa, dovrete contare su quel che avrete portato con voi per scegliere una strada. Inizialmente non vi sarà alcuna differenza: molte strade vi condurranno alla stessa destinazione, e cambierà solo il paesaggio, o forse la distanza.
Ma, prima o poi, il cammino che sceglierete divergerà dal precedente in maniera irreversibile, e non ci saranno molte occasioni per tornare indietro. Ho imparato questo: avrete abbastanza tempo per scegliere il vostro cammino. A volte, scoprirete che il cammino non esisteva fino a che non avrete fatto il primo passo. Non ha importanza. L’unica cosa che conta è amare camminare. Scegliete quel che amate, amate quel che avrete scelto!
E se il bivio sarà impervio – quando gli ostacoli sembreranno insormontabili, quando la luce non arriverà a illuminarvi il passo – sappiate che a volte è necessario perdersi nel buio per potersi trovare. Abbracciate le difficoltà: impreziosiranno il percorso. Cercate le sfide: renderanno il passo più sicuro.
Infine: avrete dei compagni di viaggio, che a volte seguiranno lo stesso sentiero, altre se ne allontaneranno per poi ritornarvi o per sparire per sempre. Amerete la loro compagnia, e ne sentirete la mancanza quando se ne andranno. E se porteranno via con sé parte del vostro bagaglio, controllate bene: vi accorgerete che non solo non vi mancherà nulla, ma vi sarete arricchite.

da CIÒ CHE INFERNO NON È

di Alessandro D’Avenia

«Sono affaccendato in questi pensieri del tutto inutili, quando tra i coriandoli di magliette riconosco una figura piccola e nera, ben distinti dai colori estivi degli altri attorno a lui.
“Padre Pino! Oggi non ci siamo visti.”
Ecco della scuola mi mancherà anche 3P. Così chiamiamo Padre Pino Puglisi, il professore di religione, con le sue scarpe grosse, le sue orecchie grandi, i suoi occhi calmi. “Pronto per le vacanze?”
“Si vado a studiare inglese in un posto vicino ad Oxford. Ho visto le foto: è tutto verde, ci sono campi da tennis e di calcio in erba. Erba vera, don Pino! Sarà un paradiso… E lei che fa?”
“Io? Dove vuoi che vada in una città come questa? Siamo sempre in vacanza. Guarda quanta luce!”
“Lei lavora troppo…”
“E’ quello che amo fare. A Brancaccio ci sono bambini e ragazzi a cui far capire che l’estate è diversa dal resto dell’anno.”
“Io non ci sono mai stato a Brancaccio.”
“Io ci sono nato e non ti sei perso niente. Altro che erba, lì è solo cemento. C’è tanto da fare, tutti quei bambini… A volte mi sembra di non combinare niente. Mi mancano le braccia.”
“Le serve una mano?”
“Anche tre… Secondo te perché vi ho chiesto di venire quando avete tempo? Voglio fare il possibile perché quest’estate sia diversa dalle altre.”
“Magari passo prima di partire. Basta che non parliamo di Dio.”
Don Pino sorride. Un sorriso strano, quieto, come emerso dal profondo del mare quando la superficie è in tempesta. Mi ricordo ancora la prima lezione con lui. si era presentato con una scatola di cartone. L’aveva messa al centro dell’aula e aveva chiesto cosa ci fosse dentro.
Nessuno aveva azzeccato la risposta. Poi era saltato sulla scatola e l’aveva sfondata “Non c’è niente. Ci sono io. Che sono un rompiscatole.” Ed era vero. Uno che rompe le scatole in cui ti nascondi, le scatole in cui ti ingabbiano, le scatole dei luoghi comune, le scatole delle parole vuote, le scatole che separano un uomo da un altro uomo simulando muri spessi come quelli
della canzone dei Pink Floyd.»

da SPIRITUALITÀ DELLA STRADA

di Giorgio Basadonna

La spiritualità della strada mette nel cuore un grande senso di attesa, scava degli spazi sempre aperti e invitanti.
Non ci si ferma mai, non ci si sente mai arrivati, istallati, definitivi: la ricchezza, la bellezza, la gioia, di quello che si è e di quello che si ha, la capacità di vibrare per ogni più piccolo soffio di
grazia rende felici, sereni, fiduciosi, e proprio per questo più sensibili a ciò che ancora manca e a ciò che verrà, a ciò che saremo e vorremo essere. Non si è mai soddisfatti, nel senso etimologico della parola, mai completi, mai riempiti: lo spirito rivela continuamente la sua dimensione infinita, la sua insaziabilità, il suo vuoto che nulla al mondo riuscirà mai a riempire del tutto. […]
Si diventa nomadi: persone incapaci di darsi per vinte, di accontentarsi e di rassegnarsi.
Nomadi, affascinati dal di là, dal dopo, dall’ancora, per leggere e vivere il di qua, l’adesso.
Nomadi, attenti ad ogni voce che risuona sotto il sole o nel buio della notte, vicina o lontana, familiare o ignota, e capaci di riconoscere in ogni avvenimento l’annuncio di un altro mondo che invita a ricominciare daccapo.
Nomadi, affascinati dalla terra, che è grande e tutta per tutti; sedotti dalla perenne novità di Dio che ogni giorno, ogni momento, rivela un riflesso nuovo della sua grandezza infinita; tesi a conquistare e a godere quanto cresce nel giardino degli uomini.
Nomadi, cioè solitari nel senso di un’adesione coraggiosa alla propria vocazione, senza cedimenti alle mode, senza intruppamenti nelle maggioranze, senza tradimenti della propria identità.
Nomadi, capaci di andare fino in fondo a quanto di verità, di giustizia, di amore è stato intuito, capaci di trasmettere senza riduzioni il messaggio ricevuto, capaci di fare da soli la propria strada.
Nomadi, perché la strada è già sicurezza, sostegno, ricchezza: la strada è amica ed è sempre fedele, sempre chiara. Anche nelle noti più oscure e senza stelle, la strada rivela il suo volto, e lo si può discernere con fatica e dolore, ma sempre riscoprendo qualcosa di familiare.
Nomadi, e quindi fuori dalle sicurezze prestabilite protette dalla forza o dal genio umano, fuori dalle comodità di una casa stabile, di un amore chiuso, di una verità consumata.
Nomadi, capaci di ascoltare, di accogliere, di fare proprio ciò che si incontra, senza strettezze e rigidità, senza voler imporre a tutti un proprio modo di vedere: nomadi, cioè instancabilmente alla ricerca, accompagnati e sorretti da tutti, con la gioia di offrire quel poco che si ha, e di prendere quanto viene offerto o si trova lungo il cammino.
Nomadi, fratelli di tutti e non stranieri, non ospiti, non avventurieri, non vergognosi di condividere con tutti la porzione di dolore e di gioia, di bene e di male, di grandezza e meschinità che è eredità di ciascuno.
Nomadi fino a quando la strada farà l’ultima svolta e attraverso il grande portale entrerà nell’eterno, dove finalmente la perfetta comunione con Dio non avrà più tramonto: e, intanto, quella gioia e quell’eterno illuminano tutta la strada e cantano nel cuore di chi sa camminare.
Nomadi dall’eterno al tempo, e dal tempo all’eterno.

Nomadi perché sospinti da
un’insopprimibile nostalgia di Dio.

dal discorso di Malala Yousafzai

premio nobel per la pace 10/12/2014

“…Sono molto orgogliosa di essere la prima pashtun, la prima pachistana e la prima giovane a ricevere questo premio. Sono abbastanza sicura di essere anche la prima vincitrice del Nobel che ancora litiga con suo fratello minore. Vorrei che ci fosse pace ovunque, ma io e i miei fratelli abbiamo ancora del lavoro da fare su quel fronte.
Sono onorata anche di ricevere questo premio con Kailash Satyarti, che è stato un campione dei diritti dei bambini per parecchi anni. A dirla tutta, il doppio degli anni che ho io adesso.
Sono grata del fatto che possiamo essere qui insieme e mostrare al mondo che un’indiana e un pachistano possono stare insieme in pace e lavorare insieme per i diritti dei bambini.
Cari fratelli e sorelle, i miei genitori mi hanno dato il nome della “Giovanna d’Arco” pashtun, Malalai di Maiwand. La parola Malala vuol dire “colpita da un lutto”, “triste”, ma per aggiungere allegria al nome i miei genitori mi chiamano sempre “Malala, la ragazza più felice del mondo” e sono molto felice che insieme stiamo sostenendo una causa importante.
Questo premio non è solo per me. È per i bambini dimenticati che vogliono un’istruzione. È per i bambini spaventati che vogliono la pace. È per i bambini senza voce che vogliono il cambiamento. Sono qui per i loro diritti, per dare loro voce… Non è il momento di averne compassione. È il momento di agire, per fare in modo che sia l’ultima volta che a dei bambini è sottratta l’istruzione.
Ho notato che le persone mi descrivono in molti modi. Alcuni mi chiamano la ragazza cui  talebani hanno sparato. Alcuni la ragazza che ha combattuto per i suoi diritti. Altri, ora, mi chiamano la premio Nobel. Per quanto ne so io, sono una persona impegnata e testarda che vuole che ciascun bambino abbia un’istruzione di qualità, che vuol pari diritti per le donne, che vuole la pace in ogni angolo del mondo. […]
Racconto la mia storia non perché sia unica, ma perché non lo è. È la storia di molte ragazze.
Oggi racconto anche le loro storie. […]
Potrò sembrarvi una sola ragazza, una sola persona, per di più alta neanche un metro e sessanta coi tacchi. Ma non sono una voce solitaria: io sono tante voci. Sono Shazia. Sono Kainat Riaz. Sono Kainat Somro. Sono Mezon. Sono Amina. Sono quei 66 milioni di ragazze che non possono andare a scuola. […]
Cari fratelli e sorelle, le grandi persone che hanno realizzato dei cambiamenti – come MartinLuther King e Nelson Mandela, Madre Teresa e Aung San Suu Kyi – un giorno hanno parlato da questo palco. Spero che anche i passi intrapresi da me e da Kailash Satyarti finora, e quelli che ancora intraprenderemo, possano realizzare un cambiamento, e un cambiamento duraturo.
La mia grande speranza è che questa sia l’ultima volta che dobbiamo combattere per l’istruzione dei bambini. Chiediamo a tutti di unirsi e sostenerci nella nostra battaglia, per poter risolvere questa situazione una volta per tutte. Come ho detto, abbiamo già fatto molti passi nella giusta direzione. Ora è il momento di fare un balzo in avanti.
Non serve dire ai leader quant’è importante l’istruzione: lo sanno già, i loro figli sono nelle migliori scuole. È ora di dirgli che devono agire, adesso. Chiediamo ai leader del mondo di unirsi e fare dell’istruzione la loro priorità numero uno. […]

Alcuni dicono che sia poco fattibile, o troppo costoso, o troppo difficile. O persino impossibile. Ma è il momento che il mondo pensi in grande.
Cari fratelli e sorelle, il cosiddetto mondo degli adulti può anche capire queste obiezioni, noi bambini no. Perché nazioni che chiamiamo grandi sono così potenti nel provocare guerre, ma troppo deboli per la pace? Perché è così facile darci una pistola, ma così difficile darci un libro? Perché è così facile costruire un carrarmato, ma costruire una scuola è così difficile?
Viviamo nel mondo moderno, nel ventunesimo secolo, e crediamo che nulla è impossibile.
Possiamo raggiungere la luna, forse a breve atterreremo su Marte. Per questo, in questo ventunesimo secolo, dobbiamo essere determinati a far realizzare il nostro sogno di un’istruzione di qualità. Realizziamo uguaglianza, giustizia e pace per tutti. Non solo i politici e i leader del mondo, ma tutti dobbiamo fare la nostra parte. Io. Voi. È nostro dovere.
Dobbiamo metterci al lavoro, non aspettare. Chiedo ai ragazzi come me di alzare la testa, in tutto il mondo. Cari fratelli e sorelle, diventiamo la prima generazione a decidere di essere l’ultima: classi vuote, infanzie perdute, potenziale perduto, facciamo in modo che queste cose finiscano con noi.
Che sia l’ultima volta che un bambino o una bambina spendono la loro infanzia in una fabbrica.
Che sia l’ultima volta che una bambina è costretta a sposarsi.
Che sia l’ultima volta che un bambino innocente muore in guerra.
Che sia l’ultima volta che una classe resta vuota.
Che sia l’ultima volta che a una bambina viene detto che l’istruzione è un crimine, non un diritto.
Che sia l’ultima volta che un bambino non può andare a scuola.
Diamo inizio a questa fine. Che finisca con noi. Costruiamo un futuro migliore proprio qui, proprio ora. Grazie

 

dal Libro del profeta Geremia (1,4-10)

Mi fu rivolta la parola del Signore: «Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni».
Risposi: «Ahimè, Signore Dio, ecco io non so parlare, perché sono giovane». Ma il Signore mi disse: «Non dire: Sono giovane, ma va' da coloro a cui ti manderò e annunzia ciò che io ti ordinerò. Non temerli, perché io sono con te per proteggerti». Oracolo del Signore. Il Signore stese la mano, mi toccò la bocca e il Signore mi disse: «Ecco, ti metto le mie parole sulla bocca. Ecco, oggi ti costituisco sopra i popoli e sopra i regni per sradicare e demolire, per distruggere e abbattere, per edificare e piantare».

Le ultime riflessioni presentano due profeti: uno di ieri ed uno di oggi.
Geremia chiamato a profetare durante la decadenza del regno di Giuda (6000 a.C.), vive di persona la conquista di Gerusalemme e la distruzione del tempio da parte dei babilonesi. E’ comprensibile la sua paura e, anche a motivo della sua giovane età, il suo non sentirsi all’altezza del compito che gli viene affidato: è chiamato a dare fiducia al popolo d’Israele in un momento triste della loro storia.
Malala Yousafzai, a soli 16 anni, in Pakistan, ha rischiato di morire per difendere il diritto all’istruzione delle bambine nel suo paese. Dopo essere stata gravemente ferita dai talebani, il suo impegno e la sua battaglia hanno subito un accelerazione, e ancora oggi è un simbolo
per tutti coloro che combattono per la cultura e per il sapere.
Geremia e Malala, credono entrambi in ciò che denunciano e annunciano, ma soprattutto diventano credibili, perché testimoni con la propria vita. Abbandonate le proprie comodità, l’uno si è messo per strada percorrendo la Palestina in lungo e in largo, e ha fatto della strada il suo pulpito, l’altra, porta avanti la sua battaglia e dà voce alle sue idee rinunciando a
tornare nella sua terra per lei troppo pericolosa. Come Geremia è diventata lei stessa oracolo, si è fatta “bocca di Dio”.